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Giochi invernali, sì o no, ma già

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Lui timone ha deciso da tempo che non avrebbe ripetuto gli errori del passato. Né candidati che poi hanno trasformato le città in cimiteri sportivi, né che hanno promesso miliardi di investimenti o non hanno avuto un chiaro sostegno sociale. In questi, l’alternativa di Barcellona-Pirenei, Pirenei-Barcellona e ora non sappiamo più quale nome servirà ai politici per smettere di politicizzare in dibattiti assurdi che l’unica cosa che possono provocare sono due cose, e non proprio positive: il sostegno sociale al progetto sta crollando.

I detrattori dei Giochi continuano con quella visione miope dello sport come una zona di pesca spettacolare per dominare le masse che è speculativa e riempie le tasche di quattro. “Non rappresenta il futuro economico dei Pirenei o il modello di trasformazione di cui il Paese ha bisogno”, ha affermato il portavoce dei beni comuni e membro del Congresso. Giovanna Mena.

Posso capire i timori dopo i clamorosi fallimenti in giro per il mondo, ma credo che nessuno possa dubitare del salto che fece Barcellona nel 1992. Non vedere lo sport come un altro elemento di promozione turistica del territorio e generatore di ricchezza nelle aree scarsamente industrializzate è pensare che lo sport è proprio quello che succede in televisione durante il fine settimana.

Posizionare i Pirenei come destinazione della neve attraverso Giochi che raggiungono centinaia di milioni di case è un’opportunità da non perdere. Soprattutto perché gli investimenti richiesti sono minimi dopo il lavoro degli ultimi anni nel cercare alleanze con altre regioni affinché certe prove non richiedano investimenti inutili. No, non stiamo parlando di gettare 90 milioni su una pista scheletrica.

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Investimento di 500 milioni di euro

Ovviamente saranno necessari investimenti pubblico-privati, pari a circa 500 milioni di euro. Il rischio per l’Amministrazione sarà tanto più basso quanto più c’è unità per sedurre gli sponsor, che in nomine come Tokyo 2020 o Parigi 2024 stanno coprendo una parte significativa dei costi operativi. Il CIO, dal canto suo, garantisce 900 milioni di investimenti e una finestra sul mondo che le società sportive che operano sui Pirenei non potrebbero permettersi.

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Si discute e si lascia che i cittadini dei territori in cui si svolgerà l’attività dicano la loro opinione, ma smettiamo di vedere lo sport come qualcosa di superfluo di cui si può fare a meno. Quella visione ha fatto perdere alla Catalogna la sua tradizionale leadership come sede di eventi internazionali. Oggi, in Spagna, si pensa prima a Madrid, Valencia o Siviglia quando si cercano luoghi. E no, i giochi invernali non dovrebbero essere in contrasto con il modello economico di un Paese.

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La sottile ‘privatizzazione’ di Barça e Madrid

Abbiamo già parlato in più di un’occasione del difficile futuro di FC Barcelona e Real Madrid per rimanere come club sociali. Destinati a competere con rivali e stati controllati da miliardari, entrambi non hanno strade per capitalizzare allo stesso livello con l’ingresso di nuovi partner. Siamo al sicuro?

La verità è che, mentre qui ci stracciamo i panni sull’idea di replicare il modello del Bayern, una parte importantissima degli introiti di entrambi i club hanno già o avranno nuovi compagni di viaggio. Il Bayern controlla l’intera attività, sebbene le operazioni calcistiche siano in una società controllata al 75%; il resto, nelle mani di Audi, Allianz e Adidas. In LaLiga, il consiglio di Joan Laporta sta lavorando per trovare un partner nei Barça Studios, che già opera attraverso una società indipendente, e l’intera attività di vendita al dettaglio ha già una propria struttura. Quella fu anche l’idea di Josep Maria Bartomeu.

Più chiaro è il caso del Real Madrid, che ha già quasi pronta la cessione del 20% della società che gestirà l’intera attività del Santiago Bernabéu in cambio di 400 milioni di euro. E non dubitare che il Barça possa seguire quella stessa strada.

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